Lettera di Giuseppe Toma sul 25 Aprile
La Carta costituzionale invecchia bene e resiste, nonostante i rigurgiti nostalgici condannati dalla Storia. Prima di farsi spartito della Repubblica italiana, un suono ha attraversato le campagne e le colline, le città occupate. Un suono che ha suscitato coraggio nelle giovani staffette e ha illuminato le notti oscure di donne e uomini sulle montagne, in difesa de “la mia piccola Patria dietro la Linea Gotica sa scegliersi la parte” (Ferretti G. L., 1996). Una scelta consapevole, giusta e indispensabile.
“Materiale Resistente”, album realizzato per celebrare il cinquantesimo anniversario della Liberazione d’Italia dal nazifascismo, potrebbe essere il titolo della nostra Costituzione, perché essa affonda le sue radici nella Resistenza, diventando materia viva della memoria collettiva del Paese.
Al referendum costituzionale il popolo italiano si è opposto all’ennesima manovra tesa a trasfigurare la Costituzione alterando l’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Le iniziative dell’esecutivo di limitare l’agire democratico e gestire il dissenso avrebbero trovato con l’affermazione del “SÌ” una preoccupante accelerazione, indebolendo l’argine a tutela del pluralismo e favorendo impulsi autoritari. Il tentativo di manomettere la Carta costituzionale è stato giudicato incompatibile con i principi fondamentali che definiscono l’identità della Repubblica italiana.
La campagna referendaria ha costretto chi “governa” con spocchiosità il Paese a spendersi in prima persona, perdendo malamente. La volontà popolare ha spazzato via mesi e mesi di propaganda mistificatrice. La risposta è stata un impattante “NO” di resistenza e vigilanza civile, in difesa dei valori antifascisti, sui quali si è ricostruito il Paese che era stato assoggettato alla barbarie.
La Costituzione italiana, nata dal dialogo tra le diverse culture politiche, è la casa delle donne e degli uomini che hanno saputo riscattare l’Italia opponendosi alla violenza nazifascista, al costo di perdere la vita, ben sapendo che era il momento di alimentare “Il Principio Speranza” (Bloch E., 1954) per vivere finalmente da cittadini e non da sudditi. Quella difesa vera della Patria assunse una dimensione collettiva segnando la fine del ventennio di sottomissione fascista. Era giunta l’ora della sovranità popolare.
Le Madri e i Padri costituenti dopo un lavoro lungo e scrupoloso realizzarono un’armonia istituzionale, dando una prospettiva comune e tessendo l’identità del Paese. Riuscirono a immaginare un futuro in cui i diritti e i doveri sarebbero stati garantiti e condivisi. È un’eredità viva e inviolabile del nostro Paese che ci riporta naturalmente al 25 Aprile, Festa della Liberazione: autentico presidio di memoria e coscienza civica. Festeggiare e riconoscersi nel 25 Aprile significa ribadire con tenacia partigiana che ogni tentativo di snaturare quell’eredità rappresenta un oltraggio ai valori della Repubblica e del suo popolo.
Un “popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ORA E SEMPRE RESISTENZA” (Calamandrei P., 1952).
Giuseppe Toma
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