Luigi Mazzotta: «ORIGINI DEL CULTO DI SAN GIOVANNI BATTISTA A VEGLIE»

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San Giovanni Battista, Veglie
San Giovanni Battista, Veglie

Lo studioso di Storia Patria Luigi Mazzotta ci propone un suo studio dal titolo «FRAMMENTI STORICI SUL CULTO DI SAN GIOVANNI BATTISTA A VEGLIE»

Il documento è stato già pubblicato con il titolo «Il Culto e il Patronato di San Giovanni Battista a Veglie» sul volume «Santi Patroni e identità civiche nel Salento Moderno e Contemporaneo» a cura di Mario Spedicato, Società di Storia Patria, Galatina 2009

(Le foto in copertina e in calce all’articolo sono della Statua di San Giovanni Battista presente sulla facciata della Chiesa della Madonna delle Grazie. Attualmente la statua risulta mancante del braccio destro del Santo)

(Pillole di Storia Locale)

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«Egli è, Uditori, un grande impegno di chi si espose a predicare verità poco aggradevoli nelle Corti, ove siccome con serena fronte s’ammettono … gli avvelenati discorsi, così con sovraciglio torvo s’accolgono i sinceri avvisi di salute, all’ardua impresa un petto sì forte ricercasi, che quando Iddio volle far penetrare…alcune verità importanti, ma dispiacevoli, non gliele fece dire all’orecchio da alcun Profeta; ma gliele pose dinanzi agli occhi, scritte da una mano non conosciuta, per dichiarare, che per esporre ad un Grande quelle verità, che non sono di lui a grado, un petto richiedesi, che sia come un muro, muro di bronzo.»[1]

Potrebbe essere stata questa particolare virtù di coraggioso paladino degli umili contro l’arroganza e la prepotenza dei potenti ad indurre gli avi, nostri concittadini, ad assurgere San Giovanni Battista a Protettore di Veglie, considerato peraltro che i vegliesi, impotenti dinanzi agli abusi vessatori per lunghi secoli perpetrati dai vari feudatari, incuranti dei  diritti civili e sociali, anelavano tanto a riscattarsi dall’oppressore che vollero piantare, tra il sei-settecento,  un albero di gelso nell’attuale Piazza Umberto I°, [2] come simbolo della Libertà, diritto inalienabile dell’uomo .[3]

La stessa Chiesa istituzionale vegliese, in più occasioni, prese a difendere i poveri cittadini dalla cupidigia dei potenti, come l’ardimentosa testimonianza del Sacerdote don Monte Verrienti, il quale, il 4 settembre 1638, insieme al Sindaco di Veglie, il capitano[4] Giovanni Battista Frezza, ed il Magnifico Ortenzio Elia, dinanzi al giudice Santo de Andrea di Lecce, adendo alla Regia Camera della Sommaria di Napoli, protestò coraggiosamente contro la vendita ingiusta e forzata del sale a carico dell’Università di Veglie, frutto di una vera e propria annosa “tangentopoli” tra un ignoto notabile vegliese e Giulio de Carolo, luogotenente del Magnifico Giovanni Vincenzo Lanza, Regio Arrendatario delle saline della Provincia d’Otranto e Basilicata.[5]

In tutta Europa, dalla Scandinavia alla Grecia, il Battista conserva ancora i caratteri di una divinità agricola.[6] Al culto di San Giovanni sono legati alcuni antichi riti di origine rurale ed agraria, come l’inaugurazione religiosa della mietitura e la purificazione attraverso l’acqua per far crescere abbondanti messi e allontanare malanni e impurità. A Veglie, paese prettamente agricolo e rurale “ab origine”, sono ben note, a memoria d’uomo, le intercessioni e le processioni in onore del Santo in tempi di siccità, carestia e calamità naturali.

Sotto l’aspetto prettamente storico-ecclesiastico e civile di Veglie,  le fonti d’archivio ci permettono di evidenziare alcune pagine dei secoli passati intorno al culto del nostro Santo.

La Chiesa Matrice, fin dalla sua fondazione, avvenuta tra i sec. XV-XVI,[7] è sotto il titolo di San Giovanni Battista[8]. Lungo i secoli seguenti il sacro edificio fu alquanto rimaneggiato. Nella primitiva struttura architettonica , lungo le pareti della navata, vi erano delle ampie nicchie, con arco a tutto sesto, affrescate con figure di Santi, corrispondenti a benefici ecclesiastici con i loro relativi altari. Nella prima metà del settecento furono chiuse. Durante i restauri del 1968 ne sono venute alla luce tre di esse, le figure di Sant’Antonio di Padova e Sant’Antonio Abate nonché l’ubicazione dell’antico Battistero che si può osservare a destra del retrospetto della facciata. L’altare dedicato al Santo, nella originaria struttura, si trovava in corrispondenza dell’attuale cappellone in cui riposano i resti mortali dell’Arciprete Mele; era collocato cioè vicino al Battistero in senso perpendicolare.[9]

Dal sec. XVI ai primi decenni del ‘700, San Giovanni Battista, dal punto di vista canonico, è considerato soltanto titolare della Chiesa Matrice Parrocchiale; le fonti di questo periodo non evidenziano mai che Egli sia il Protettore o il Patrono. Possiamo comunque dedurre che il 1730, o qualche anno prima, sia l’anno in cui San Giovanni Battista fu proclamato tale. Infatti, con Decreto della Congregazione Romana dei Sacri Riti del 21 gennaio 1730, viene confermata l’elezione di San Filippo Neri e Sant’Irene Vergine e Martire “in Protectores minus Principales” della Terra di Veglie.[10] Se furono nominati i meno principali, sicuramente sarà stato nominato il principale in quello stesso periodo.

A sostegno di tale assunto, il 26 gennaio 1730, il Vescovo Enrico Lasso De la Vega, da Roma, concede una reliquia del Precursore su iniziativa del Sacerdote vegliese don Cosmo Marcuccio, il quale dona al “Reverendo Capitolo di detta Terra l’infrascritta reliquia del Glorioso San Giovanni Battista, Titolare di detta Chiesa e Protettore di detta Terra” di Veglie.[11] Tale reliquia fu incastonata in un reliquario-ostensorio di argento posto, tutt’ora, alla venerazione dei fedeli.

Dopo il  20 febbraio 1743, giorno in cui un tremendo terremoto provocò alcune vittime ma soprattutto molti danni agli edifici in tutto il Salento[12], la Chiesa Matrice vegliese, subendo anch’essa gravi lesioni alle strutture murarie, fu sottoposta ad un radicale cambiamento architettonico, tra cui la chiusura delle antiche nicchie già citate e la costruzione di tre cappelloni per ogni lato della navata, fungenti, probabilmente, da contrafforti alle pareti portanti laterali. Dai Registri Parrocchiali dei morti di quel giorno nefasto, non risulta che a Veglie vi siano stati dei morti; allora, perché non pensare che il popolo di Veglie, così come era avvenuto negli altri paesi salentini intercedenti altri santi, avesse ringraziato San Giovanni Battista per lo scampato pericolo?

In quella occasione di ricostruzione , nel rifare l’altare maggiore, che fino a quel momento era di legno[13], fu collocata una bella statua in pietra del Precursore al centro dello stesso altare onde poter venerare con maggior decoro il titolare della detta Chiesa e Principal Padrone della detta Terra” di Veglie.[14]

Questa statua, alta circa due metri, sarà collocata nel 1865 sulla sommità della facciata della Chiesa Santa Maria delle Grazie in Piazza Umberto I°, dove tutt’ora si può ammirare.[15]

Il 28 ottobre 1866, la giunta comunale decise di spendere £ 25.50 affinché tale statua venisse” ritoccata con nuova tinta a color marmo, e ciò per non perdersi una statua antica”[16]

La statua di San Giovanni Battista, o meglio di san Giovannino, che tutt’ora si venera, era presente già nel 1747[17]. “Si conserva dentro stipo di tavola una statuetta portatile di legno di san Giovanni Battista Protettore con il suo piedistallo dorato e Croce in mano di essa statua d’argento con su Agnus Dei”[18]

Questa incantevole statua in legno, in stile barocco di scuola napoletana, ha le sembianze di un putto nudo con un agnello ai piedi; il corpo è rivestito con un vello riccamente adornato con perle e fili d’oro. Nel 1990 è stata sottoposta ad un accurato restauro sotto il controllo della Soprintendenza alle Belle Arti. E’ stato appurato che il legno è cedro del Libano.

In un inventario del 1 giugno 1763, redatto dal notaio Giacinto Favale di Veglie, così è descritto: “la statua portatile di San Giovanni con la veste di velluto ricamata in argento, con la Croce e lamina con iscrizione ”Ecce Agnus dei” d’argento; corona a filo d’argento…un reliquario a filigrana con catinella d’argento, due anelle grosse d’oro con pietre due una rossa e l’altra verde, due maniglie di passanti d’oro in numero quarantuno”[19]

Nel corso degli anni gli “ex vota” aumentarono tanto che l’Arciprete, il Canonico Don Pasquale Verrienti, nel 1887, li vendette per le necessità materiali della Chiesa. Per questa ragione il Consiglio Comunale, il 26 aprile di quell’anno, chiese al citato parroco “il conto della vendita degli ori del patrono San Giovanni, se e per quale somma gli ori stessi vennero alienati, ed a quale uso si destinarono le somme ricavate. Statuiva inoltre di dargli un voto di biasimo per l’autocratico procedimento tenuto dall’Arciprete.” Il sottoprefetto di Brindisi dichiarò che il Consiglio Comunale non era competente a riguardo. Gli ori furono venduti perché ”l’amministrazione parrocchiale trovavasi in gravi spese per il restauro della Chiesa”, l’Arciprete aveva comunque chiesto l’autorizzazione allo stesso Sottoprefetto per la vendita.[20]

L’Università di Veglie ovvero l’amministrazione comunale aveva lo ius patronatus, cioè il diritto di proprietà dell’edificio della Chiesa Madre, con l’onere alle riparazioni, ai restauri, alle suppellettili come i banchi, i confessionali, le campane, l’olio alla lampada del Protettore e perfino era a suo carico l’onorario all’organista e al tiramantici dell’organo a canne.Il 24 maggio 1865, dopo aver effettuato una perizia, il Sindaco Luciano Colelli, per “lo stato infelice in cui si trova questa Chiesa Matrice, la quale merita assolutamente di essere prontamente ristaurata” erano necessari almeno ducati 1000. L’erario comunale poiché non era in grado di sopportarne la spesa, si decise   che le feste di San Giovanni Battista, l’Iconella, San Vito e SS. Sacramento fossero sospese per un solo anno; i ricavati delle feste fossero devoluti ai restauri. Le feste però furono effettuate ugualmente “con qualche scemazione sul lusso degli anni precedenti”. Per questo fu istituita una commissione fatta di notabili locali, ecclesiastici e laici: don Luigi Negro, don Santo Frassanito, don Cosimo Verrienti, don Tommaso Massa, don Salvatore Zecca, don Domenico Plantera, don Donato Negro, don Teodoro Verrienti.[21]

Tra l’iconografia giovannea vegliese, oltre alle statue suindicate, ricordiamo l’affresco del Santo situato nella cripta della Favana risalente alla prima metà del sec. XV, attestante l’immagine più antica del Protettore. In Chiesa Madre, una serie di dipinti su tela traccia tutta la vita del Battista; dalla Visitazione di Maria SS. a Santa Elisabetta, madre di San Giovanni, alla sua Natività, opere pittoriche ottocentesche attribuibili al Colletta o a Vincenzo Montefusco da Salice. Inoltre due tele ovali del seicento, già collocate nel Coro, raffigurano il Battesimo di Gesù nel Giordano e la Decollazione di San Giovanni. Interessante è l’opera settecentesca in cartapesta raffigurante la testa decapitata del Santo, collocata in una teca in vetro e legno dorato in oro zecchino.

Altre antiche immagini del santo protettore si possono osservare nella  tela delle Anime del Purgatorio, degna di attenzione, in cui San Giovanni Battista è assiso alla sinistra della SS. Trinità. Inoltre nella seicentesca stupenda tela della Beata Vergine del Rosario, recentemente restaurata e situata nella Chiesa Parrocchiale omonima, il Battista, insieme ai  Santi Domenico, Rocco e Biagio vescovo, è raffigurato, a mezzo busto, ai piedi della Madonna.

Ricerca storia realizzata  Giugno 2002

Luigi Mazzotta

[1] Tratto da: Orazione IX in lode di San Giovanni Battista in  Orazioni sacre composte e recitate in varie occasioni dal Padre Serafino da Vicenza Cappuccino, tomo primo, Venezia 1740, pag. 79

[2] Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario dell’Università di Veglie 1741, fascio 8301.

L’Università di Veglie (Amministrazione Comunale) possedeva tra i suoi beni “un albero di celso in mezzo al Rivellino…”  Il Rivellino era un avamposto, rispetto alle mura della città, per difendere la “Terra”, ossia l’abitato circondato da mura (intra moenia), rispetto al ”Borgo”, abitato fuori le mura (extra moenia). A conferma che il ”rivellino” è l’attuale Piazza Uberto I°, si nota  l’ubicazione della “Cappella sotto il titolo della Beata Vergine delle Grazie al Rivellino” (Archivio di Stato di Lecce, Catasto Onciario di Veglie del 1749, foglio 244) ed inoltre, un antico detto locale, per evidenziare che un fatto od un oggetto  è molto antico, si dice: “ si ricorda lu geusu ti mienzu la chiazza”.  In quell’anno, 1741, era Sindaco Nicola Greco, appartenente al ceto dei nobili. La conferma o meno dell’elezione del Sindaco dell’Università della “Terra Veliarum” doveva essere gradita al feudatario (Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario dell’Università di Veglie 1742, fascio 8300, foglio 359) Molti erano gli abusi feudali: l’autore del Ragguaglio circa il genio del Baronaggio del 1737, scriveva: “Mi vien riferito pratticare in alcuni luoghi del Regno, due dei quali a me noti, cioè nella terra di Valenzano nella provincia di Bari e nella terra di Veglie nella provincia di Lecce, si esige la gravezza da quei baroni chiamata la cunnatica, forse con concessione nei tempi barbari impetrata. Che il vassallo coniugato debba ogni sabato contribuire al barone un determinato pagamento per essersi giaciuto in letto colla propria moglie in quella settimana; il qual pagamento attrassandosi d’un sabato nell’altro, se ne deve soddisfare in multa maggiore somma”  (tratto da G. Spagnoletti “La cultura della miseria” in A. Bello, “ Amare Contee – un viaggio in Puglia” Rimini 1985, pag. 112)

[3] Durante la rivoluzione napoletana del 1799, in molte piazze del Regno fu piantato un albero di gelso in segno di Libertà e sfida contro i soprusi dei potenti.

[4] Il Capitano era il rappresentante del feudatario con poteri di giustizia civile e criminale. Nel ‘700, il titolo di capitano si evolse in quello di Governatore.

[5] Archivio di Stato di Lecce, sezione notarile 46/28 f. 203 v., notaio Antonio Maria Gervasi.

[6] G. B. Bronzini, Giovanni il Battista, Santo, in Grande Dizionario Enciclopedico, vol. IX, pag. 121, Torino 1969

[7] Sulla problematica intorno all’origine della Chiesa Matrice di Veglie si rinvia ad altra occasione di ricerca, dove si evidenzierà , con metodologia scientifica, che la supposta  o, meglio, la certezza di qualche autore locale che la sua fondazione risalirebbe al periodo normanno  del sec. XI-XII è del tutto infondata.

[8] Biblioteca Arcivescovile “A. De Leo” di Brindisi, Fondo Curia,  Atti Santa Visita Arcivescovo Giovanni Carlo Bovio del 1565, f, 327. La Chiesa Matrice Parrocchiale “ …ibi unica existit sub invocatione Sancti Joannis Baptistae, …”

In quell’anno la Chiesa ancora non era completata: “… non dum est perfecta, et modo aedificatur et locus pro tempore fuit visus decens.”

[9] Per tale esposizione vedi i verbali delle Sante Visite del sec. XVII in Biblioteca Arcivescovile “A. De Leo” di Brindisi

[10] Archivio Chiesa Matrice di Veglie, Cartella Miscellanea, foglio sparso.

[11] Idem, Cartella delle Autentiche Reliquie

[12] E. De Simone, Vicende sismiche salentine, Lecce 1993,  pag. 73 e ss.

[13] Bibl. Arc. “A. De Leo”, Fondo Curia, Santa Visita tomo III, foglio 822 v.

[14] Archivio Chiesa Matrice, Cartella XI, Santa Visita Arcivescovo De Ciocchis – 1752

[15] Si è del parere che tale statua in pietra leccese, di pregevole fattura scultorea, fosse rimossa e riportata nella sua originaria collocazione… portandone una copia , in gesso o vetroresina,  sulla Chiesa della Piazza

[16] Archivio di Stato di Lecce, Scritture Università – decisioni decurionali Veglie, foglio 263

[17] Bibl. Arc. “De Leo”, Fondo Curia, Santa Visita tomo XI, f.243v.

[18] vedi nota 14

[19] vedi nota 14

[20] Archivio Curia Arcivescovile Brindisi – cartella XIII – foglio senza numero

[21] vedi nota 14 – foglio 236

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