Antonio Greco: «QUANDO UNA PERSONA MUORE SPENTE LE LUCI, RIMANE UN VUOTO»

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Lettera del prof. Antonio Greco

Una morte improvvisa. Un prete di 51 anni. Un ospedale. Una polmonite. Un’autopsia chiesta dai familiari e ottenuta. E, per ora, nessun risultato conosciuto.

È morto così don Alessandro Luperto.

La notizia ha prodotto sgomento e incredulità. Le bacheche online ne sono state il primo, immediato luogo: parole, ricordi, testimonianze, emozioni. Un coro nel quale, come spesso accade davanti alla morte, la commozione si mescola alla retorica.

Poi, dopo una settimana, il funerale.

Nella chiesa dove Alessandro era stato battezzato. Presiede l’Arcivescovo di Brindisi-Ostuni. Concelebrano i due vescovi e una cinquantina di sacerdoti. Ci sono i familiari, i sindaci di San Pancrazio, Leverano e Veglie, la presidente diocesana dell’Azione Cattolica, il presidente della Pro Civitate Christiana di Assisi e una folla di fedeli.

Una partecipazione imponente. 8.500 accessi alla trasmissione in streaming. Un numero che racconta, più di molte parole, quanto la morte di don Alessandro abbia attraversato San Pancrazio, Leverano, Veglie, l’intera Arcidiocesi di Brindisi-Ostuni, l’Azione Cattolica regionale e nazionale.

Nell’omelia, mons. Giovanni Intini, visibilmente commosso, indica due coordinate di una vita “giusta”: la saggezza, evocata dal Libro della Sapienza, e la fragilità, richiamata dal Salmo 103.

La saggezza di Alessandro, fondata sulla Parola di Dio, è testimoniata dal tanto dolore di chi lo ha conosciuto.  «Divenuto caro a Dio, amato da lui (…) fu trasferito». E subito emerge la domanda che accompagna ogni morte che arriva troppo presto: «Perché Dio se lo è preso? Ce lo poteva lasciare!». Poi il Vescovo ricorda che i giorni dell’uomo sono come l’erba e che la nostra vita è come il fiore del campo: fiorisce e poi muore. Don Alessandro è stato quel fiore. È stato il seme che, caduto in terra, muore per germogliare. Se il Signore lo ha voluto per sé, la fede ci dice che un motivo c’è.

Ma proprio qui, forse, cominciano le domande.

DOMANDE SENZA RISPOSTA

Dentro quella chiesa, alcune domande sono rimaste fuori dalla porta.

Nessun cenno, nemmeno di sfuggita, al motivo per cui i funerali sono stati celebrati dopo una settimana dalla morte. Che cosa è realmente accaduto? Perché ciò di cui si parla fuori dalla chiesa non ha trovato una parola dentro il rito?

Non si pretende che un funerale diventi un’indagine giudiziaria. Non si chiede di formulare giudizi o di attribuire responsabilità mentre i risultati dell’autopsia non sono ancora noti.

Ma tra il fare un processo e il raccontare una morte c’è una differenza sostanziale. E una comunità cristiana può anche dire una cosa molto semplice, forse persino difficile: non sappiamo ancora tutto. Può riconoscere che una morte pone domande. Può ammettere che esistono aspetti ancora da chiarire. Può evitare di chiudere troppo rapidamente una vicenda che, per molti, non è affatto chiusa. Forse anche questo è un modo di rispettare la verità.

QUALE MEMORIA DI DON ALESSANDRO?

C’è poi un’altra questione, meno immediata ma non meno importante: quale memoria lasciamo di una persona quando muore?

La presidente diocesana dell’Azione Cattolica ha ricordato Alessandro con un intervento appassionato e privo di retorica. Ha ricordato il suo legame con il Concilio Vaticano II. La sua richiesta di essere chiamato con il nome di battesimo. Il suo essere uomo di pensiero, capace di discernimento profondo, di studio metodico, di desiderio di capire, di imparare, di cercare continuamente.

Altri hanno ricordato qualità sulle quali è facile ritrovarsi tutti d’accordo: la disponibilità, la bontà, il servizio, il volontariato. Tutto vero. Ma non basta. Perché c’è una cosa che accade spesso quando una persona muore: vengono ricordate soprattutto le caratteristiche sulle quali nessuno può dissentire. Scompaiono le scelte che disturbano. Scompaiono le convinzioni che dividono. Scompaiono le battaglie che obbligano gli altri a prendere posizione. Il morto diventa più facilmente condivisibile.

Ma un uomo non è soltanto ciò che può essere pronunciato senza mettere nessuno a disagio.

Se Alessandro, anche nelle questioni politiche locali e nazionali, aveva in una mano il Vangelo e nell’altra la Costituzione, questo appartiene alla sua storia. Se è stato realmente molto vicino agli immigrati e alla loro accoglienza, appartiene alla sua storia. Se non si è girato dall’altra parte davanti a ciò che accade in Palestina, appartiene alla sua storia. Se ha preso posizione contro le guerre, appartiene alla sua storia.

Non è necessario essere d’accordo con tutto ciò che una persona ha pensato o sostenuto per riconoscere che tutto questo fa parte di ciò che è stata.

Ricordarlo significa ricordare anche questo. Altrimenti non si fa memoria. Si fa selezione.

LA FAMIGLIA PRESBITERALE

Don Alessandro non è nato prete. È nato uomo. E poi è rinato in Cristo con il battesimo. Ci teneva molto a sottolineare che per lui era importante ricordare e festeggiare il giorno del battesimo quanto quello della sua ordinazione presbiterale.

È un dettaglio? Forse no. Perché dice molto di come Alessandro guardasse alla propria identità. Ha conosciuto le tante difficoltà di essere prete oggi.

E una cinquantina di sacerdoti, la «famiglia presbiterale», riuniti a un funerale nel giorno in cui muore un confratello, sono certamente una bella immagine di comunione. Ma possono essere anche l’immagine di una invisibile solitudine.

Nella realtà quotidiana della Chiesa di oggi, pochi ideali sono esaltati con tanta enfasi e, insieme, disattesi con tanta frequenza quanto quello della “famiglia del presbiterio”.

La fine della “cristianità”, il clericalismo, l’incontestabile crisi delle vocazioni e i problemi della vita etica di un prete mettono in discussione l’immagine sacrale del presbiterato cattolico e la teologia che la sostiene. Una teologia che, spesso, finisce di fatto per produrre e alimentare isolamento e solitudine.

Don Alessandro, anche da ex rettore del Seminario Minore, percepiva con acume la sofferenza e i rischi di questa situazione, affrontati non sempre dalla famiglia presbiterale.

Forse anche per questo la sua morte interroga in modo particolare chi vive dentro quella stessa realtà.

DIO DOV’È?

Perché è accaduto tutto questo? È stata questa la domanda prevalente nei giorni successivi alla morte di don Alessandro.

Ma ora che le luci si spengono, nell’interiorità di chi cerca il senso della vita — credente o no — la domanda diventa più radicale: In questa vicenda, Dio dov’è?

Non è una domanda nuova. Ma ogni morte la rende nuova.

Alla Vigilia di Natale del 1943, dal carcere, Dietrich Bonhoeffer scriveva parole che sembrano andare contro una delle forme più consuete della consolazione cristiana.

Bonhoeffer era un teologo, partigiano e pastore protestante tedesco, molto apprezzato per la sua visione teologica anche in ambito cattolico. I nazisti lo impiccarono il 9 aprile 1945.

Scriveva:

«Non c’è nulla che possa sostituire l’assenza di una persona a noi cara. Non c’è alcun tentativo da fare, bisogna semplicemente tener duro e sopportare; ciò può sembrare a prima vista molto difficile, ma è al tempo stesso una grande consolazione, perché finché il vuoto resta aperto si rimane legati l’un l’altro per suo mezzo. È falso dire che Dio riempie il vuoto; egli non lo riempie affatto, ma lo tiene espressamente aperto, aiutandoci in tal modo a conservare la nostra antica reciproca comunione, sia pure nel dolore».

Sono parole scritte più di ottant’anni fa. Eppure, sembrano parlare esattamente a noi.

NON RIEMPIRE SUBITO IL VUOTO

Davanti alla morte abbiamo fretta. Fretta di spiegare. Fretta di trovare un senso. Fretta di dire: “Dio lo ha chiamato”. “Dio lo ha voluto a sé”.

Sono frasi che conosciamo bene. Frasi che spesso pronunciamo con le migliori intenzioni. Ma siamo sicuri che questo sia davvero un linguaggio cristiano?

Bonhoeffer suggerisce qualcosa di molto più sobrio e, forse proprio per questo, molto più difficile: non spiegare tutto. Non cancellare la ferita. Non trasformare la morte in una risposta. Lasciare aperto il vuoto.

Bonhoeffer scrive che, finché il vuoto resta aperto, «si rimane legati l’un l’altro per suo mezzo». È un’immagine potente.

Quel vuoto non deve essere riempito a tutti i costi da parole solenni, formule consolatorie o una memoria addomesticata.

Deve rimanere. Deve ricordarci che è morto un uomo, non un ruolo. Che è scomparsa una persona concreta, non una funzione. Una persona con le sue relazioni, le sue convinzioni, le sue battaglie, le sue fragilità. Anche con ciò su cui non tutti erano d’accordo.

Bonhoeffer lo dice con una radicalità che ancora oggi inquieta: «Non c’è nulla che possa sostituire l’assenza di una persona a noi cara».

Niente può sostituirla. Neppure il funerale. Neppure l’omelia. Neppure la retorica della famiglia presbiterale. Neppure una fotografia idealizzata del morto. Resta l’assenza. Resta il dolore. Restano le domande.

LASCIARE APERTO IL VUOTO

Forse il modo più cristiano di accompagnare questa morte non è affrettarsi a chiudere il vuoto. È avere il coraggio di lasciarlo aperto. Perché un vuoto aperto non è necessariamente un vuoto senza speranza. Può essere il luogo nel quale continua una relazione. Il luogo nel quale una persona assente continua a interrogarci. Il luogo nel quale la memoria non diventa celebrazione, ma verità.

E allora anche le domande senza risposta hanno un valore. Anche il silenzio. Anche ciò che non comprendiamo.

Dentro quel vuoto, dice Bonhoeffer, può ancora nascere qualcosa: non una consolazione facile, ma una memoria capace di diventare gratitudine, gioia e forza.

A una condizione, però.

Che sia memoria di una persona nella sua integralità. Di tutto Alessandro.

Qualcosa può restare nel buio. Qualcosa può restare senza risposta. Qualcosa può restare aperto. Come la domanda più difficile di tutte:

Dio, dov’eri?

3 settembre 2026

Antonio Greco

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