Lettera di Giuseppe Toma
Il testo che segue non vuole essere un atto d’accusa contro le forze dell’ordine. Racconta un’esperienza personale e collettiva e richiama fatti storici che la magistratura italiana e la Corte europea dei diritti dell’uomo hanno ricostruito e accertato.
«In via Odessa due fotografi, facilmente individuabili per la grossa scritta nera in campo giallo squillante – “press” – che hanno sulla schiena, vengono bastonati selvaggiamente da quattro carabinieri. Uno dei due rimane a terra svenuto, mentre l’altro riesce a trascinarlo via. Dalle finestre una voce di donna grida, e piange: “Basta! Basta!”. Poi il gruppo di militari si ritira. È in questo momento che muore, a cinquanta metri da lì, Carlo Giuliani.»(Chiesa G., 2001).
L’ultima volta in cui un cittadino italiano era stato ucciso da un’arma da fuoco delle forze dell’ordine durante una manifestazione risaliva a 24 anni prima, ovvero al 12 maggio 1977, con la morte della studentessa Giorgiana Masi a Roma.
In quei giorni di luglio del 2001, durante il G8 di Genova, in Italia saltò per aria lo Stato di diritto: una delle pagine più buie della storia della nostra Repubblica. Il capoluogo ligure fu trasformato in una “macelleria messicana”, espressione usata da Michelangelo Fournier, all’epoca vicequestore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma, per descrivere la violenza brutale esercitata con l’irruzione notturna delle forze dell’ordine nella scuola Diaz (21 luglio). Violenza che le sentenze dei tribunali italiani hanno poi ricostruito e condannato.
Nel 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha definito quella violenza “di estrema gravità… e compiuta a fini punitivi e di ritorsione, volta a infliggere alle vittime umiliazioni nonché sofferenze fisiche e psichiche”.
La CEDU ha condannato l’Italia per l’assenza, all’epoca, del reato di tortura nell’ordinamento italiano, introdotto soltanto nel 2017, e per le condotte inumane subite dai manifestanti, sottolineando che erano stati “trattati come oggetti nelle mani dell’autorità pubblica” e avevano vissuto “durante la loro detenzione in un luogo di non diritto, dove le più elementari garanzie erano state sospese”.
Amnesty International ha definito i tragici fatti del G8 di Genova come “la più grave violazione dei diritti umani occorsa in una democrazia occidentale nel dopoguerra” (2001).
Bisognava essere consapevoli che nulla di ciò che si riteneva acquisito era irrevocabile, nemmeno le garanzie costituzionali. L’aria, a Genova, era soffocante, e non solo per il martellante lancio di lacrimogeni al gas CS. Eppure alla vigilia del vertice, il 18 luglio, si tenne il concerto dei 99 Posse e di Manu Chao, una grande festa comunitaria che aveva segnato l’inizio pacifico delle mobilitazioni del Genoa Social Forum.
Ero arrivato a Genova la mattina del 19 luglio insieme ai compagni del circolo “Peppino Impastato” del partito della Rifondazione Comunista di Veglie, nel quale militavo. La stazione “Brignole” era un fiume in piena di persone provenienti da ogni parte d’Italia e d’Europa.
Eravamo studenti, lavoratori, sindacalisti, volontari, associazioni cattoliche, centri sociali, ambientalisti, cooperative, organizzazioni non governative, associazioni nazionali e internazionali. Un mosaico straordinariamente plurale che aveva portato nel capoluogo ligure una speranza radicale: un altro mondo è possibile!
Ero accampato, insieme agli altri compagni di Veglie, nello stadio “Carlini”. Qui si radunò il principale spezzone dei manifestanti del movimento altermondialista e fu il punto di partenza per il corteo del doloroso 20 luglio, “quella giornata…, d’un caldo torrido d’Africa nera. Sfera di sole a piombo, rombo di gente, tesa atmosfera. Nera o blu l’uniforme, precisi gli ordini, sudore e rabbia. Facce e scudi da opliti, l’odio di dentro come una scabbia” (Guccini F., 2004).
Genova era una città spettrale, letteralmente riconfigurata per una logica da campo di battaglia. Chilometri di grate d’acciaio alte oltre quattro metri. Elicotteri che volteggiavano sulle nostre teste. Mezzi blindati. Erano schierati circa ventimila agenti. Una zona rossa che era diventata il simbolo di una profonda distanza politica prima ancora che fisica: quella tra i “potenti” della Terra e una miriade di persone che volevano esprimere, in uno Stato democratico, il proprio dissenso contro quel modello di globalizzazione. Un modello nel quale “lo stato fa lo strip-tease e alla fine dello spettacolo resta con il minimo indispensabile: i suoi poteri di repressione. Una volta distrutta la sua base materiale, annullata la sua sovranità e la sua indipendenza, cancellata la sua classe dirigente, lo stato nazione diviene un semplice servizio di sicurezza per le grandi imprese […]. I nuovi padroni del mondo non hanno bisogno di governare direttamente. I governi sono incaricati di amministrare gli affari per loro conto” (Subcomandante Marcos, 1997).
Le analisi e le denunce portate avanti dal movimento altermondialista si sono rivelate profetiche. Le disuguaglianze economiche sono cresciute ovunque. La ricchezza è vergognosamente concentrata nelle mani di pochi. I diritti nel mondo del lavoro sono sempre più erosi e il welfare è stato progressivamente svuotato. La crisi climatica rivela l’indole necrofila di questo modello di “sviluppo”. Le guerre sono tornate nel cuore dell’Europa e del Mediterraneo. Milioni di persone fuggono da conflitti, persecuzioni e povertà, trovando muri, respingimenti ed esclusione sociale.
Venticinque anni dopo, le voci di quella speranza radicale risuonano ancora: “UN ALTRO MONDO È POSSIBILE E NECESSARIO!”.
17 luglio 2026.
Giuseppe Toma
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